Replay” vuole essere una dichiarazione dei propri sbagli ripetuti, mostrati, a tratti giustificati e cerca di comprendere il perché di certe azioni, appunto di certi Replay; artisti da tutta Italia proveranno a stupire il visitatore attraverso flashback della loro vita riflessi su opere visive e performance, dove in questo caso la cura per uscire da questo limite del ripetersi è proprio l’atto del “mostrarsi”.

“Létező falak. Existing walls” (Berlin, 2015) parla proprio di mura reali e fittizie, di carne e di cemento, di spirito e lacrime che vanno costruendosi nell´arco delle generazioni; i confini sociali e personali spesso si calcificano sulla pelle e non lasciano respirare.

“REPLAY” ‹rìiplei› s. ingl. [dal v. (to) replay «giocare, o rappresentare, di nuovo», comp. di re- e (to) play «giocare»] o meglio ancora: “RIPETERE”.

Sembra paradossale, a volte perfino assurdo, ma spesso le persone tendono a ripetere comportamenti che le hanno danneggiate e si rimettono in situazioni già sperimentate e pericolose dal punto di vista emotivo e/o fisico; questo accade per molte ragioni e in realtà segue una logica interna perfettamente comprensibile, sebbene in apparenza anomala.

Questa tendenza a ripetere lo stesso “errore” si chiama “coazione a ripetere” ovvero la tendenza a ripetere la stessa cosa; la coercizione a compiere ripetutamente le stesse azioni è il principio per cui una persona cerca di superare qualcosa di irrisolto che affonda le radici nel remoto passato, rimettendosi nelle identiche circostanze che provocarono quell’antica difficoltà.

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